LA STORIA DELL’HOTEL AKROPOLIS

Dalla lettura delle strutture murarie messe a nudo nel corso dei lavori di restauro e dalle scarse fonti documentarie è stato possibile ricostruire le vicende storiche relative alle varie fasi di realizzazione dell’immobile.

L’edificio è di costruzione medievale, coeva alla ricostruzione della città nel 987 ad opera dell’imperatore Niceforo II Foca. dopo la distruzione quasi totale della stessa ad opera di un corpo di spedizione araba nel 927.

Saraceni distrussero la città che era stata costruita saccheggiando e trasformando gli antichi templi ed edifici greci dell’acropoli e alle trasformazioni conseguenti alla conquista romana di Taranto dopo con la guerra durata 10 anni, dal 272 al 282.

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La ricostruzione della città utilizzò le fondamenta ed i blocchi degli antichi templi , adoperando la copiosa disponibilità di elementi architettonici e conci di carparo cavate dal banco calcarenitico che costituiva l’isola dell’attuale Città Vecchia .

Le antiche cave, esistenti al di sotto dell’attuale fabbricato, vennero trasformate nelle “fogge”, antichi granai (dal latino fovea) per potervi depositare le derrate, indispensabili per la sopravvivenza della comunità, in occasione di temuti assedi della città fortificata della Taranto antica.

Ben tre livelli di ipogei sono stati rinvenuti e messi in luce al di sotto del fabbricato, oltre ai pozzi di acqua salmastra e alle cisterne di acqua dolce piovana, canalizzate dai tetti per le esigenze della famiglia; sono ancora evidenti stupendi pluviali medievali che dai terrazzi raccoglievano e accumulavano acque meteoriche nelle cisterne interrate. Sono ancora chiaramente visibili, inoltre, i grossi blocchi di spoglio dei templi greci riutilizzati per la costruzione dell’edificio.

Tratti delle murature medievali, sono stati sapientemente lasciati a vista al piano terra ed ai piani interrati con la sequenza di archi e volte di vario tipo e a vari livelli di imposta, più volte rimaneggiati nel corso dei secoli.

L’edificio, costruito a partire dall’anno mille, nel tardo settecento subisce un’importante trasformazione ed ampliamento ad opera del notaio Francesco Antonio Mannarini, i cui discendenti, anch’essi notai, a metà Ottocento ne rifanno, abbellendola, la facciata aggiungendovi un ulteriore piano, il terzo, ai due preesistenti, oltre al piano terra.

L’edificio presenta pertanto una facciata sobria ed equilibrata con gli ordini ottocenteschi. A tale periodo appartengono i balconi con mensole e lastre di pietra, i cornicioni in pietra, i balconi in ghisa, l’importante portale, il portone in legno e le stupende porte-finestre, con portelloni interni, in legno.

Sono ancora presenti le serrature, la ferramenta, la rostra del portone con le iniziali del notaio Domenico Mannarini.

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Sono stati rinvenuti, e sapientemente riutilizzati, pavimenti del settecento con piastrelle in maiolica smaltata e decorata con colori vivi, presenti in alcune camere del primo piano.

Altre piastrelle in ceramica smaltata del Trecento e del Cinquecento sono state rinvenute nel corso dei lavori e impreziosiscono pavimenti e pareti della hall e della reception al piano terra, assieme ad originali elementi curvi in maiolica smaltata che costituivano le ringhiere dell’antico terrazzo.

Il restauro ha mirato alla conservazione e alla valorizzazione di tutti gli elementi architettonici e di rifinitura antichi che permettono di “respirare” le vicende storiche subite dall’edificio nel corso di 2700 anni.

Intatta è stata conservata la facciata, i tre piani ipogei, i balconi, i cornicioni,  il portale con l’imponente portone, i pavimenti del primo Novecento in cemento colorato a disegni liberty, gli elementi in pietra del terrazzo che ne permettevano l’uso per stenditoi e per la preparazione delle provviste, delle conserve essiccate, ecc.

La progettazione e la supervisione dei lavori di restauro dell’edificio sono state curate dall’Ingegnere Architetto Giuseppe De Bellis.